04 maggio 2012

Non si deve profanare il sonno dei morti


il capellone George è in fuga dallo stress della città, diretto nella sua casa di campagna; Edna è sulla strada per andare a trovare sua sorella eroinomane: un incidente farà incastrare le loro storie. nel frattempo, nella campagna del Cheshire, dei tecnici sperimentano un nuovo prodotto ultra-moderno per aumentare la produttività agricola in grado di interferire nel sistema nervoso degli insetti, facendoli impazzire e portandoli a massacrarsi l’un l’altro. ci saranno degli effetti collaterali.

I. Veglia funebre per Madre Natura

l’assunto ecologista è evidente: fin dai primi minuti- con la fulminea, iniziale, sequenza urbana- ci si sofferma sul degrado del microcosmo cittadino in contrapposizione alla (all’epoca, almeno) incontaminata purezza della vita in provincia. l’entrata in scena del macchinario industriale- il motore (sia in senso lato che pratico) che da’ il via alla vicenda- è il simbolo della manipolazione della natura, dei suoi frutti, dei suoi componenti, ad opera dell’onnipotente e onnisciente mano scientifica. disposta a modificare gli assetti primordiali per asservirla al suo habitus mentale antistorico e colonialista.

II. Poliziotti si muore

ma Grau non dirige il proprio sguardo irrisorio solo contro l’insolente decadenza della cosiddetta civiltà, ma anche contro i suoi difensori- le guardie che ne garantiscono la sopravvivenza- che qui toccano livelli di paradossale ottusità e, forse proprio per questo, resi ancor più reali e vicini alla percezione dello spettatore e dell'uomo della strada in generale. gli sforzi di George per contrastare l’azione dei morti viventi è un grido che rimane inascoltato, da chi preferisce tenere le mani sulle orecchie e non ascoltare. i morti viventi sono un capitolo a parte: pur nel solco dell’opus romeriano, l’opera tende a distanziarsene dipingendoli non come massa silenziosa, bensì rumorosa, anzi: gemente- come dei sofferenti che tentano di liberarsi da un fardello- un solo corpo che si muove proteso in avanti (ma verso quale fine? osiamo pensare alla "rivoluzione"?), senza incontrare ostacoli, anzi sostenuta dalla contemporanea cecità dell’autorità costituita. il finale, più che a pessimismo o nichilismo (come è stato scritto e si continua a scrivere), induce a riflessioni di tutt’altro genere: il morto vivente è ora il simbolo di una ribellione oscura, primitiva, in antagonismo alla prepotenza delle autorità e di quella scienza che, per migliorarci il mondo, ce lo sporca e distrugge.


titolo originale: Non si deve profanare il sonno dei morti (Italia)
                      No profanar el sueño de los muertos (Spagna)
un film di Jorge Grau
1974

02 maggio 2012

Lo spacciatore


I. Dannazione

John LeTour di giorno scrive il suo diario, di notte spaccia e costruisce la trama triste della sua vita. nel suo passato c’è il grande amore di Marianne- ancora tossica; nel suo futuro la speranza (forse, solo un alibi) di riuscire ad affrancarsi da quel mondo e sistemarsi con un lavoro normale. nella prima metà si fotografa tutto il buio, i chiaroscuri e l’isteria di chi vende a caro prezzo quelle briciole di suicidio che i compratori non hanno la forza di commettere. c’è la volontà di qualcosa che è, in realtà, volontà del nulla, dell’auto-distruzione, di una caparbietà nel reiterare un gesto vuoto- che non ha più senso.

II. Redenzione

quando Marianne, colta nella fragranza della sua dipendenza, si suicida, John- paradossalmente- vede la possibilità di un miglioramento. e il proposito di vendetta si camuffa in Redenzione (cristianamente parlando, of course): l’uomo che le vendeva le dosi- praticamente un suo collega- e la sua eliminazione diventano il Graal che lo riporterò finalmente al pari con quello che la vita gli ha tolto e, sadicamente, mai ridato. diventare una persona migliore compiendo un omicidio (o un massacro?) non sembra tanto impossibile, anzi- come una rivisitazione di Taxi Driver- è l’unico modo, puro, semplice, diretto, quasi innocente, per riprendersi qualcosa e riempire quel vuoto che fagocita John dall’interno.


titolo originale: Light Sleeper
un film di Paul Schrader
1992

30 aprile 2012

Omaggio al suicida


è inconcepibile doversi veder tassata anche l’aria che respiriamo per le cazzate degli altri.
è inammissibile che l’uomo e la donna medi siano portati a decidere di non potersi permettere una famiglia perché è fuori dalla portata delle loro tasche.
che non mi si fraintenda, però: questo non è populismo d’accatto, peronismo riciclato o anti-politica à la Grillo. più prosaicamente, è la constatazione della sistematica rinuncia al vivere introdotta dogmaticamente per ‘risanare il debito pubblico’, ‘rilanciare l’economia’ e ‘uscire dalla crisi’. tre formule diverse ma uguali per dire che i soldi o ce li mette il pinco pallino qualunque, oppure qui si dichiara bancarotta. e siccome il premier che viene dal mondo bancario ha deciso che, per pagare le tasse (IMU, tassa sui rifiuti, ecc.),  il cittadino X può permettersi di morir di fame, mentre le Banche possono essere esentate dallo stesso obbligo, allora è più utile riportare il tutto nero su bianco e dimostrare che una coscienza sociale c’è. i privilegi dei politici che, con la solerte cura di chi non teme contraccolpi elettorali, il governo attuale si sta premurando di abbattere non sono che lo specchietto per le allodole di un fenomeno elefantiaco.
la ‘caccia all’evasore’ prosegue, ma prende simbolicamente di mira solo personaggi che godono di una certa pubblicità: gli stra-ricchi rimangono intoccabili, e ne fa le spese quella classe media (o presunta tale, almeno fino al periodo pre-crisi e pre-Monti), spina dorsale dell’industria italiana, che col suo piccolo ma costante operare aveva contribuito a mandare avanti la baracca Italia (lungi dall’elogiarli, però: chi evade va punito); ne fa le spese la classe operaia: chiusa a tenaglia fra sindacati confusi e padroni che impongono stipendi cinesi: o così oppure tutti a casa, ad aggiornare il curriculum. e c’è chi non si limita solo a quello: speriamo che almeno oggi la classe operaia si meriti il paradiso.

27 aprile 2012

Address Unknown


“[Address Unknown] è il film che più assomiglia alla mia vita”
Kim Ki-duk

è una visione completamente permeata dalla disperazione. quella messa in scena da Kim, sembra- anzi, per certi versi è- la negazione della vita. i personaggi sono dei morti e non lo sanno: manichini condannati a reiterare un percorso di sopraffazione e auto-distruzione, senza alcun premio finale, senza alcuna catarsi.

I. All'inferno e ritorno

la morte dei protagonisti si sintetizza simbolicamente in una scena-emblema: i tre giovani che camminano sulla strada sterrata, tutti e tre con un occhio bendato (chi per un motivo, chi per un altro). se guardare- e, quindi, essere guardati- è la condizione fondamentale e imprescindibile per esistere, allora i nostri stanno conducendo un’esistenza a metà- del tutto svuotata, monca, deviata.

I.a – Chang-guk

è il figlio bastardo di un soldato americano di stanza nella base militare- che è poi il centro nevralgico,  geografico e narrativo, della storia. dalla nascita, vive in una condizione di invisibilità e ostilità: non conosce l’accettazione dei suoi pari e simili (per via dell’apparenza fisica), sconta la vergogna della madre isterica e frustrata dal limbo (geniale la trovata dell’autobus, immobile) in cui è relegata. sfoga la sua rabbia proprio sull’unica persona che gli vuole bene, quella madre che ha inciso sul seno il nome del soldato che l’ha concupita, che tollera le angherie di quel figlio ostracizzato perché è tutto ciò che le è rimasto.

I.b – Eun-ok

lei è guercia per via di un assurdo incidente con una pistola rudimentale. è considerata un mostro (la scena con i bambini), cerca di sopperire alla sua totale mancanza di fiducia concedendosi ai maschi del villaggio, accorgendosi solo alla fine di quell’unico cuore puro che riusciva a spogliarla delle sue insicurezze e ad amarla. prima ci sarà il concubinaggio con il soldato americano sull’orlo di una crisi di nervi che le restituirà quella normalità (la sottoporrà a un’operazione all’occhio) che rifiuta come uno snaturamento, uno svilimento, una prostituzione.

I.c – Ji-hum

vive col padre rimasto sciancato dalla guerra di Corea, nella costante ricerca di quella medaglia al valore che non gli hanno ancora dato. è vessato dai bulletti del paese e trova un alleato nel mezzosangue Chang-guk, ma cova anche lui- forse più degli altri- una rabbia profonda per quella vita che non è vita, spesa a testimoniare le ingiustizie, le sopraffazioni, le barbarie (la mattanza dei cani): un gioco al massacro straripante di sangue, ma senza vincitori.

II.                     conclusioni

la guerra (di Corea: 1950-1953) ha rivoltato dal di dentro un paese, una società intera, rovinandola, togliendo a loro e alle generazioni future qualsivoglia speranza. violentati dalla vita, i personaggi abusano a loro volta dei loro simili: senza accorgersi di essere loro le vere, immonde bestie continuano a vivacchiare ai piedi della dignità, vendendo carne di cani ai ristoranti, gridando al mondo un lamento illogico- muoiono come gli animali di cui si considerano tanto migliori. senza che il sole venga mai a baciare le loro teste, senza che la luce penetri mai nei loro cuori, senza mai aver assaporata l’ebbrezza di vivere.


titolo originale: Suchwiin bulmyeong
un film di Kim Ki-duk
2001

25 aprile 2012

In nome dell’Unità nazionale


il 25 aprile non c’è niente da festeggiare.
si vuole che quel giorno l’Italia- in quanto nazione, istituzione politica e regione geografica- si sia liberata dal cancro fascista. ma, purtroppo, così non è stato, e la cosa ci viene sbattuta in faccia ogni singolo giorno, su ogni singolo giornale, su ogni rete televisiva, sulle facce della gente che dice di rappresentarci. il fascismo non è solo ideologia politica, il fascismo è una malattia che coniuga ignoranza, volgarità, cinismo, omertà e non è affatto stata debellata. per questo il 25 aprile resta una vittoria di Pirro.
per il bene dell’unità nazionale si decise di re-integrare quadri, funzionari, impiegati e quant’altro- che, fino a pochissimo tempo prima, avevano la tessera del PNF- nei loro ranghi: tutto era tornato come prima, soltanto il nome (o il vestito) era cambiato. a voler rimarcare il concetto ci pensò anche il decreto del presidente della Repubblica Luigi Einaudi che, il 19 dicembre 1953, emanò la ‘concessione di amnistia e indulto’, nel quale, fra l’altro, vengono amnistiati i colpevoli di reati militari commessi dall’8 settembre 1943 al 15 aprile 1946, mettendo sullo stesso piatto della bilancia partigiani e Brigate Nere: dopo aver letto questo, chi vuole intendere, intenda…
per una nazione nata da un indebito e meschino atto di guerra (con il quale il Regno di Sardegna invase il Regno delle Due Sicilie), una nazione che ha conosciuto il colonialismo sul suo stesso suolo (basti guardare ai suoi effetti, ancora oggi, sul cosiddetto Mezzogiorno), e poi il totalitarismo (che, a ciclo continuo e con metodi sempre uguali, ritorna anche nell’Italia repubblicana) e che ora vive il nulla, attendendosi chissà cosa, è bene ricordarsi che la Storia è la Storia dei vincitori. a noialtri non resta che ricordare.

23 aprile 2012

Sodomites


I.  L’ululato

un animale da monta si prepara a sodomizzare una ragazza trepidante- il suo sacrificio?- mentre una folla di centauri ulula e sostiene il suo eroe. il sesso video-ludico ed estremizzato di Noé veicola un messaggio di correttezza istituzionale stile terzo millennio, prorompendo in un frastuono di mugolii e strepiti, lasciando alla potenza visiva di un amplesso feroce una pletora di significati: abbandono animalesco al piacere? radicalizzazione del “fottere in solitudine”? lasciarsi andare senza finire inghiottiti nel baratro? o forse nulla di tutto questo.

titolo originale: Sodomites
un film di Gaspar Noé
1998

durata: 7 minuti circa


è possibile vederlo qui

20 aprile 2012

Un bianco vestito per Marialé


un uomo uccide la moglie e il di lei amante sotto gli occhi della figlioletta Marialé. salto temporale fino al presente della fanciulla, che è oggi sposata al marchese Bellavia e vive praticamente reclusa nella principesca tenuta del marito, ad Artena, dintorni di Roma. diversi amici della donna risponderanno all’invito per una festa che si terrà nella villa, anche se il marito non sembra esserne particolarmente felice.

I. Maschere

la festa diviene una carnevalata medievale. messi sù dei vestiti trovati nello scantinato, gli amici smetteranno i perbenisti panni borghesi per lasciarsi andare. c’è chi si veste da gallina, chi da Napoleone, chi da ballerina. ma il gioco- così lo suggerisce Marialé- si attorciglierà su sé stesso per diventare una gara di depravazione, in cui tutti sembrano liberare i propri istinti più brutali: esce fuori il razzismo neanche troppo latente di Gustavo, l’impotenza del mite Sebastiano, l’opportunismo avido del laido Joe, la caducità psicologica di Marialé e le paranoie del marito di lei, Paolo.

II. La grande abbuffata

l’atmosfera, che usa la rievocazione gotica suggerita dal castello Borghese, è pervasa in realtà da uno spirito di goliardica perversione: pur non riuscendo ad ovviare a una parte centrale statica (come molti dei gialli del periodo), il tocco disturbato e disturbante del regista- l’irridente nichilismo dell’abbuffata, ne è un esempio- trasforma un plot da Dieci piccoli indiani in uno sterminio (a onor del vero, a tratti superficiale) delle debolezze e delle piccole blasfemie che ci rendono umani.


titolo originale: Un bianco vestito per Marialé
un film di Romano Scavolini
1972

18 aprile 2012

Democrazia pignorata



cercare (probabilmente con successo) di riservare lacrime, sangue e sudore per quella fascia di popolazione che un tempo si definiva proletariato e che oggi, senza più la retorica delle grandi narrazioni, chiamiamo più prosaicamente 'morti di fame', è il fatto più vergognoso e infamante di cui l’attuale governo illegale si sta macchiando.

non bastava esser saliti sul piedistallo che fu dello sceicco di Arcore (per il quale non piangiamo una lacrime che è una) in maniera rocambolesca e allarmante per qualsiasi difensore del pantano costituzionale, ora- da quel pulpito- si cerca di far piovere pietre sulle teste delle fasce deboli. qualunque mente sana avrebbe qualche dubbio, perché c’è evidentemente qualcosa di sbagliato.

cercare di salvare il cuore stremato e sull’orlo dell’implosione del capitalismo- che ancora batte grazie alle magie finanziarie e alle trame di certi poteri forti- organismo piegato, svuotato e moribondo, nonché incoerente, cinico e sfruttatore, imponendo sacrifici solo a chi, quei sacrifici, (ovviamente) non se li può permettere, sa semplicemente di presa per il culo.

non basta ora né basterà mai un ritocchino cosmetico ai guadagni della casta per eccellenza- che sembra, più che altro, una vile sottigliezza morale per metterci tutti con l’anima in pace o- anche peggio- un superficiale, volgare annuncio propagandistico. sappiamo tutti che questo è solo un minimo aspetto del problema, un aspetto che è solo fumo negli occhi.

rianimare questo paese saccheggiando beatamente le tasche semi-vuote di chi, più che altro, questo paese, lo subisce finanziariamente, non è la soluzione.

la crisi in atto non è crisi umana e\o sociale. la crisi in atto è crisi del capitale. così come le conquiste di cui ci pavoneggiamo con tanta superficialità- conquiste in campo scientifico, economico, tecnologico, di certo non in campo umano- non sono conquiste degli uomini: parafrasando qualcuno molto più saggio di me: “sono solo cose”.

starsene in poltrona a sorseggiare coca-cola, scapicollarsi per andare in ufficio a guadagnare uno stipendio che si volatilizzerà in breve tempo, spendere e spandere e identificarsi con l’oggetto comprato, non ci guarirà né dalla crisi né dalla (individuale) infelicità.

se trovassimo un momento per fermarci e ragionare lucidamente e criticamente su quello che facciamo- ciò che occupa ogni singolo minuto delle nostre giornate, delle nostre vite- ci renderemmo tutti conto che si tratta di una follia, una stupidissima follia.